Testimonianze / Centro Antiviolenza di Padova

redazione
20 Mar 15
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Intervista al Centro Antiviolenza di Padova
Immagine: Dietro le quinte, foto di Luigi Sommese per Lo sguardo di GiULiA


Mariangela è la Responsabile della Comunicazione del Centro Veneto Progetti Donna Auser, nei giorni scorsi ha intervistato un’operatrice del Centro Antiviolenza di Padova che ha raccontato come si svolge il lavoro al Centro e le difficoltà riscontrate a seguito della riduzione dei finanziamenti.

“Nel 2012 il Centro Antiviolenza di Padova ha partecipato a un bando Nazionale e ha ricevuto 400.000 euro. Circa 1.600.000 euro sono arrivati alla Regione Veneto, con il Piano Nazionale, per finanziare i Centri antiviolenza e le Case rifugio, ad oggi, sono ancora in attesa di sapere quale importo sarà destinato a loro. L'operatrice afferma che in realtà i dati sono arrivati alla Regione… ed è lì l'intoppo. Hanno anche ricevuto un finanziamento statale a fondo perduto di 5.000 euro, donato a tutti i Centri Antiviolenza. Questo finanziamento non aveva bandi né "regole", ma hanno ricevuto comunque l'informativa di fornire un rendiconto di come hanno speso i soldi. L'operatrice lamenta la difficoltà della rendicontazione in quanto come associazione di volontariato non hanno gli stessi obblighi degli enti. Il Centro percepisce finanziamenti dal Comune che sono considerati molto importanti. Inoltre sono in attesa di un fondo da parte della Regione di 30.000 euro.

In realtà l’operatrice del Centro lamenta una discontinuità nell'elargizione dei fondi ed una lentezza a ricevere quanto dovuto. Questa appare come criticità più sentita, insieme alla burocrazia ed ai tecnicismi per poter partecipare ai bandi e alla successiva rendicontazione di quanto ricevuto.

C’è una distanza di "visione" del lavoro tra chi agisce a livello regionale e chi realmente lavora sul territorio. ** L'iter dei finanziamenti è molto complesso: la ULSS capofila partecipa ai bandi -> la Regione decide chi rientra nei fondi -> la Regione avvisa ULSS fornendo un elenco di chi è rientrato nei fondi ed eroga, sempre all'ULSS, quanto dovuto -> La ULSS invia ai Centri Antiviolenza la somma spettante. **Questo iter fa si che passino anche 6 mesi dal momento in cui la Regione emana la delibera a quando realmente arrivano i soldi.

Questi lunghi passaggi hanno creato problemi, ad esempio ci sono ritardi nell'erogazione degli stipendi per chi lavora nel Centro (sono 7 persone che vengono pagate a consulenza e/o contratti a progetto, nessuno è dipendente. Di solito sono i professionisti tipo psicologi, psicoterapeuti ecc, il resto del personale che è volontario. Anche l'avvocata è volontaria). Molte volte devono anticipare di tasca propria i soldi per coprire le spese delle Case Rifugio, che fanno parte integrante del progetto.

Per poter risolvere queste difficoltà l'operatrice ipotizza un lavoro più a stretto contatto tra operatori dei Centri Antiviolenza e i tecnici della Regione che lavorano ai bandi. Un tavolo di lavoro, già esiste ma è consultato per altri problemi, dovrebbe essere attivato molto prima della stesura dei bandi. Inoltre, propone una formazione adeguata sul tema per i tecnici regionali, poiché spesso usano tecnicismi ridondanti e fanno richieste alle quali non sempre i Centri possono rispondere (per esempio: fatturazione delle ore lavorate difficili da registrare, perché sono calcolate solo le spese sostenute ecc.). L’operatrice chiede anche una maggiore trasparenza su quanto decide la Regione e soprattutto Direttive Statali uguali per tutte le Regioni, in maniera da non lasciare l'attuazione delle prassi e delle pratiche alla sensibilità dei funzionari regionali. Però, riconosce a questa Legge che finanziando un argomento spesso non molto "sentito", ha"obbligato" gli enti a interrogarsi e ad intraprendere azioni politiche in questa direzione.

Il 2011 è stato un anno molto duro, sotto l'aspetto economico, hanno rischiato la chiusura. E’ grazie ai volontari e al loro forte appoggio durante le varie proteste durante la conferenza dei sindaci e delle ULSS che sono riusciti ad andare avanti. Grazie alla forte attività di lobbying presso le istituzioni è stata approvata la Legge Regionale per il contrasto alla violenza contro le donne n.5-2013 che ha riconosciuto l’operato dei Centri Antiviolenza ed ha inoltre stabilito dei finanziamenti. Purtroppo però questi finanziamenti vengono ridiscussi e tagliati ogni anno in fase di approvazione del Bilancio Regionale.

Il centro è aperto dal 1989, nel 2000 è diventato Centro Antiviolenza. Sono aperti al pubblico da lunedì a venerdì dalle 9.30 alle 15.30. Hanno attivato anche un numero verde. Inoltre, hanno un cellulare attivo 24h, nei weekend, nelle festività, che è noto anche alle forze dell'ordine. Gli operatori sono sempre reperibili, ovviamente non pagati.

Nel 2014 hanno avuto 827 contatti, afferma l'operatrice. Il numero elevato (uno dei più alti in Veneto) è dovuto, a suo avviso, all'attivazione del numero verde.

Di seguito alcune Testimonianze di Donne che hanno ottenuto assistenza e cure presso Il Centro Antiviolenza di Padova:

B. ha 33 anni. Arriva al Centro inviata dal Pronto soccorso con una prognosi di 30 giorni. La denuncia in questo caso parte d’ufficio. Lei non vorrebbe, lei vuole tornare a casa dal suo compagno. Frattura del polso, ematomi superficiali sul corpo e una confusione interiore che non le permette di capire esattamente cosa le sia accaduto. Ascoltiamo la sua storia… storia di molte donne che s’innamorano ed entrano nel vortice della violenza che non riconoscono e da cui faticano a uscire. Non possiamo obbligarla a chiudere la relazione, per noi ogni donna deve decidere autonomamente cosa fare, ma possiamo ascoltarla, consigliarla, anticipare i comportamenti del suo compagno sperando che B. si renda conto presto che l’amore non si manifesta con insulti e con le botte, ma con il rispetto della persona e del suo corpo. L’amore è cura, e continuiamo a parlare con B. sperando che s’innamori più di sé stessa.

G. ha 25 anni, è straniera, e qui in Italia non ha nessuno se non il marito da cui subisce violenza fisica; non ha un lavoro ed è sola. Ha soltanto lui. Lui che la umilia, lui che la picchia per poi promettere che sarà l’ultima volta e che non capiterà mai più. Lei aspetta un bambino. Anche durante i nove mesi di gravidanza non le sono state risparmiate vessazioni continue. È soltanto quando vede per la prima volta il suo bambino, piccolo, perfetto, che tira fuori tutto il suo coraggio e finalmente scappa di casa. E’ accolta immediatamente in una Casa di Fuga ad indirizzo segreto; nel giro di poche ore amiche e altre mamme ci aiutano a creare un corredo per il piccolo che ha soltanto 25 giorni. Lei non ha niente, nemmeno un cambio per suo figlio, o qualche spicciolo per il latte in polvere. Il suo latte lo ha perso per le violenze e la paura. Ora G. è al sicuro e può prendersi cura di sé e del suo bambino supportata dalle operatrici della casa d’accoglienza. Tra qualche mese sarà certamente pronta per ricominciare la sua vita in libertà e autonomia.