Più donne chiedono aiuto contro la violenza, ma i fondi sono una spina nel fianco | I dati

Mara Cinquepalmi - Data Journalist
18 Feb 15
˅

Quali sono i numeri della violenza sulle donne? Dal 2008 D.i.Re, l’associazione nazionale “Donne in rete contro la violenza”, raccoglie i dati sulle attività dei Centri Antiviolenza che aderiscono alla rete, incluso il numero di donne accolte. Si tratta di un indicatore che offre però una fotografia parziale della violenza subita dalle donne nel nostro Paese: non solo perché spesso le donne non la denunciano e non cercano aiuto, ma anche per via della distribuzione non omogenea dei Centri sul territorio, dal cambiamento nel corso degli anni nella metodologia di raccolta dei dati e del numero di Centri che li forniscono. Ad ogni modo sono dati che offrono uno spaccato interessante, soprattutto per approfondire la spinosa questione dei finanziamenti.

Le donne accolte

A partire dai dati di D.i.Re, abbiamo analizzato due aspetti: il trend storico delle donne accolte nei Centri Antiviolenza e la percentuale dei finanziamenti, sia pubblici che privati, che questi ricevono.

«A leggere i dati - spiega Anna Pramstrahler, vice presidente della rete D.i.Re - risulta aumentato negli anni il numero di donne accolte nei Centri. Inoltre le vittime della violenza in ambito domestico hanno cambiato il loro modo di percepire il sopruso che subiscono quotidianamente, riconoscendolo e cercando aiuto molto prima di come avveniva in passato. Sono infatti diminuiti gli anni del silenzio». Nel 2013, secondo gli ultimi dati disponibili raccolti da D.i.Re, sono soprattutto le italiane ad essere state accolte (12.263 pari al 69,1%). Paragonando i dati relativi al 2008 e al 2013, la media di donne accolte per Centro antiviolenza risulta in aumento di circa il 33%. Sono aumentate inoltre le richieste di aiuto da parte di “nuove vittime”, cioè quelle donne che per la prima volta hanno preso contatto con un Centro Antiviolenza (circa il 26% in più). La proporzione ha tenuto conto del numero di Centri che hanno partecipato alla rilevazione nel corso degli anni, che è progressivamente aumentato.

Il nodo dei finanziamenti

Il capitolo finanziamenti è la vera spina nel fianco per i Centri, soprattutto per quelli che da anni lavorano sul territorio e che con la legge 119/2013 sono stati presi alla sprovvista. La critica più forte che è stata sollevata è legata al fatto che mancano i criteri per l’assegnazione dei fondi. Con questa legge sono le Regioni ad erogare i fondi, ciascuna secondo propri criteri. È la legge dell’autonomia, però il pericolo è che con una distribuzione “a pioggia” vengano penalizzati i Centri attivi da anni sul territorio. «La violenza contro le donne - continua Pramstrahler - non è un business. Il pericolo con questa legge è che vengano finanziati Centri Antiviolenza improvvisati, sportelli nati dall'oggi al domani e che poi, per mancanza di competenza, di storia politica e di reti, non appena mancano i fondi chiudono immediatamente. Questo è a svantaggio delle donne che chiedono aiuto».

Il valore dei Centri Antiviolenza

Un’altra nota dolente è la questione della definizione di “Centro Antiviolenza” nel testo approvato dalla Conferenza Unificata all’indomani dell’approvazione del Decreto di riparto dei fondi 2013-2014. «Non viene riconosciuto ai centri - spiega ancora Pramstrahler - il valore politico-culturale, di incidere nel cambiamento culturale del fenomeno, una delle missioni per cui sono nati i centri antiviolenza delle donne». Secondo Pramstrahler, nel documento si pretendono standard elevati che alcuni Centri, con molta esperienza e storia, a causa di scarsi finanziamenti non possono garantire; come ad esempio l’apertura cinque giorni a settimana. «La conferenza - continua Pramstrahler - ha lavorato in assoluta autonomia senza confrontarsi con i Centri Antiviolenza. Nonostante questo, abbiamo provato tante volte a spiegare perché i requisiti sono fondamentali per noi e soprattutto quali standard introdurre per assicurare un uso efficace dei pochi fondi ed evitare l'apertura di Centri non specializzati. È importante che il documento della Conferenza richiami alla formazione, ai 5 anni di esperienza, al divieto di fare mediazione familiare in caso di maltrattamenti, al fatto che le associazioni devono occuparsi di violenza, seguendo gli obiettivi dello statuto. Non siamo d’accordo sulla divisione tra Centri Antiviolenza e Case Rifugio. Per noi sono due strutture strettamente connesse e devono essere gestite da un’unica associazione. Così come previsto dall’attuale documento, si creano strutture distinte che non sono in grado di lavorare in rete». Dalle relazioni annuali della D.i.Re si rileva la tipologia di finanziamento di cui i centri hanno beneficiato. A differenza del trend per le donne accolte, in questo caso i dati sono più disomogenei ed i primi disponibili e confrontabili sono quelli del biennio 2012-2013. I dati mostrano l’alta dipendenza dei Centri dai fondi pubblici, in particolare dagli enti locali e regionali, soprattutto a causa dell’imprevedibilità dei fondi privati. Da considerare tuttavia le diversità territoriali: ad esempio al Sud i fondi pubblici tendono a essere più carenti e - in alcuni casi - inesistenti.

Tipologie di finanziamenti

Cosa si intende per finanziamento pubblico e privato? Sotto il primo troviamo i contributi di soggetti pubblici come Provincia (chissà cosa succederà ora che la legge Delrio le ha cancellate), Regione, Comune, bandi europei e fondi del Dipartimento per le Pari Opportunità; sotto il secondo, invece, troviamo il 5xmille, le donazioni o il fundraising che i Centri fanno nelle forme più diverse. Sia nel 2012 che nel 2013 sono stati i Comuni la principale fonte di finanziamento pubblico dei Centri antiviolenza, mentre per i fondi privati la fetta più grande di risorse è arrivata dal 5X1000. Ora la partita è aperta. I primi finanziamenti stanno arrivando, ma non c’è ancora alcuna risposta in merito ai criteri di assegnazione e a chi controllerà l’efficacia della spesa.